Relazione e sorelle in difficoltà

suor Gemma Valero, Chambery
Essere in relazione con sorelle in difficoltàNon avremmo immaginato di trovarci, in via Giolitti 19 a Torino, con altre 125 suore di svariate Congregazioni.

Un numero così alto di partecipanti è certamente sintomo che le relazioni sono una crescente sfida. Ma è anche segno di un grande desiderio di vivere la comunione nella vita comunitaria. “Essere in relazione con sorelle in difficoltà - Sono forse io custode di mia sorella?” è stato appunto il tema da affrontare nella giornata, organizzata dall’USMI Piemonte-Valle d’Aosta, il 13 gennaio 2024.
Fratel Ernesto Gada, psicologo cottolenghino, ha presentato alcune dinamiche dei rapporti interpersonali. Queste ci portano ad interrogarci sul nostro sguardo e sulle nostre reazioni nei confronti di situazioni relazionali faticose. Ma, soprattutto, sul nostro credere davvero a possibilità di cambiamento. La vita in comunità è un mezzo privilegiato di formazione quotidiana. È il passaggio dall’io al noi.
Ma quale percorso seguire? Abbiamo certamente bisogno di acquisire sempre più competenze relazionali e comunicative. Sappiamo però che ogni situazione è a sé, ogni persona è diversa, ogni realtà comunitaria vive problemi forse simili ma comunque eterogenei. Pertanto, il relatore ha fatto appello alla creatività nel cercare e costruire soluzioni. Ha evocato lo sguardo del Signore sulla creatura, la conformazione dei nostri sentimenti a quelli di Cristo. Quindi i tratti evangelici della comprensione empatica, della compassione e del perdono. Sono atteggiamenti richiamati anche dal documento “Vita fraterna in comunità”. Occorre averli soprattutto verso se stessi, perché tutti e tutte abbiamo fragilità, debolezze e limiti che vanno riconosciuti (consapevolezza).
Fratel Ernesto ha parlato poi di conflitti comunitari, ma anche di conflitti fisiologici. Ha esposto alcune dinamiche dell’infanzia, che emergono nella persona adulta o anziana e incidono molto sui comportamenti. C’è infatti una memoria relazionale implicita, cioè non consapevole, che risale ai primi 18 mesi di vita in cui possono essere avvenute esperienze affettive non del tutto positive. Alcuni esempi: sentire fastidio ogni volta che si incontra quella persona, particolari ansie e insicurezze, alcuni comportamenti bizzarri o eccentrici, il ripetere “io non conto, io non valgo niente” ecc…
Inoltre, ha sottolineato che la maturità relazionale corrisponde alla piena capacità di autoriflessione (mentalizzazione). Attitudine che ci porta a vedere noi stessi dall’esterno e gli altri dall’interno. Percorso per nulla semplice e che alcune persone, con difficoltà comportamentali, probabilmente non riusciranno a vivere. Un aiuto è il “raccontarsi”, superando pian piano l’angoscia di come verrà accolto e giudicato il proprio passato e il proprio vissuto. Vanno inseriti stili di vita che evitino quelli che talvolta si percepiscono nelle nostre comunità. Ad esempio: “Chi fa da sé fa per tre”, “Vivi e lascia vivere”, “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” e via dicendo.
È buono tentare nuovi approcci e stili di comunicazione. Occorre chiederci: “Che parole ho usato?”. “Che atteggiamento ho avuto?”. “Che tempo ho scelto?”. “Mi sono basato/a su cose solo sentite da altri, oppure documentate?”. “Ho usato chiarezza e attinenza all’argomento?”. E, non per ultimo, “So rispettare le cose che non comprendo?”.
Davanti a Gesù possiamo domandarci: “Quali sentimenti provo verso quella persona che mi ferisce?”. “La accolgo, nonostante tutto?”. “Come sto gestendo il mio rapporto con il suo comportamento che mi fa soffrire?”.
Nei lavori di gruppo sono emerse un’infinità di riflessioni e di domande. Sì, le relazioni sono davvero una sfida. Il “MOI” (Me+nOI) è la missione della comunità che non è il semplice “vogliamoci bene”, ma l’integrazione di tutte le differenze.

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