Intra-prendere

di Maria Teresa Vanzaghi
La mattina del 14 ottobre è iniziata con l’intervento di Paolo Favero, antropologo,...

nipote di suor Silvia Favero, docente presso l’Università di Anversa (dopo esperienze ‘sul campo’ specialmente in Svezia e India), che ha trattato il tema: “Sentire, capire, amare la diversità: riflessioni su viaggio e cultura“.
Avvalendosi di fotografie, frutto del suo lavoro, associate a citazioni di pensatori, scrittori, teologi, ci ha fatto riflettere sul concetto del VIAGGIO. Spesso il viaggiare è concepito ancora oggi come una conquista: il raggiungere una cima, toccare terre dove pochi riescono a mettere piede, entrare in contatto con popolazioni di culture decisamente diverse dalla nostra, può darci la sensazione di prendere possesso di un ambiente e dei suoi abitanti. Tutto ciò si basa su stereotipi (popolazioni ‘povere’, ‘sottosviluppate’, ‘ignoranti’) che vedono la nostra cultura superiore ad altre.
Il compito dell’antropologo non è quello di parlare di quel popolo o quella cultura, bensì di VIVERE ACCANTO agli individui e fare entrare un po’ del loro mondo dentro di sé. Si potranno così raccontare non le storie degli altri, ma delle storie insieme agli altri. Tutto questo pur mantenendo la propria identità, senza lasciare che venga assorbita da ciò con cui viene in contatto.
Questo è anche l’atteggiamento che dovrebbe avere il ‘missionario’, sia colui che si reca all’estero, sia quello che resta nel proprio paese. Occorre rimanere aperti, permettendo che il mondo dell’altro entri dentro di noi, senza dare risposte veloci e superficiali, ma SOSPENDENDO IL GIUDIZIO, perché il tempo aiuta a rivedere le cose e a scoprire in esse significati più profondi, consapevoli del fatto che «la comune umanità si realizza attraverso e non malgrado le differenze» (Levi Strauss).
Il pomeriggio è stato oggetto della riflessione della psicologa Rossella Semplici (già autrice, con il marito Quirino Quisi, psichiatra, del libro “il volontariato”, ed. Paoline, 2010). Si parte dalla definizione di ‘volontariato’ data da Giovanni Paolo II: “Determinazione, forma di impegnarsi per il bene comune e non un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane”. Quindi è implicito l’impegno per la giustizia, che sarà tanto più forte quanto più le associazioni si schiereranno insieme a favore di essa.
Quattro polarità per definire il volontariato: DARE/RICEVERE, CONTINUITÀ/NOVITÀ, DISTANZA/VICINANZA, PRASSI/RIFLETTIVITÀ. Dare agli altri del tempo per riceverne in ricchezza umana; continuità con le nostre attitudini professionali, ma anche novità nello scoprire in se stessi nuove risorse; impegno che implica un rapporto personale diretto, o che può essere di coordinamento di attività portate avanti direttamente da altri; dove c’è l’azione, poi, dev’esserci un motore, che è quello dell’amore, senza il quale ogni azione di volontariato è vuota. L’amore può anche prescindere dalla fede, ma deve essere presente: solo così si andrà oltre se stessi!