“Vivere” il tempo [1]

 di madre Patrizia Graziosi
“Ogni mattina è una giornata intera che riceviamo dalle mani di Dio. È un capolavoro di giornata che viene a chiederci di essere vissuto” (Madeleine Delbrêl).

Nell’ultimo capitolo delle Massime di perfezione, il XIV, Padre Médaille disegna un grande mosaico finale che è come un Canto alla vita in Cristo, la vita “nuova” che si dispiega nel fluire del tempo. E apre il capitolo non con una massima, ma con una premessa incisiva: “Abbiate cura del buon uso del tempo che è così prezioso e la cui perdita è irreparabile”.
Un verbo: “avere cura” e un sostantivo: “buon uso”.
L’invito presente nel verbo “avere cura” è a “custodire” il tempo che ci è dato, un tempo che è sinonimo di “vita”, del suo divenire. Avere cura è, dunque, richiamo alla nostra responsabilità, a vigilare, a conservare, a proteggere qualcosa che ci è affidato e che non è nostro: non possiamo, allora, farne quello che vogliamo. Leggiamo nel Salmo 31 (30),15-16: “Ma io dico: “Tu sei il mio Dio, i miei giorni sono nelle tue mani”: Dio è il Signore della mia vita e la affida a me perché ne abbia cura, come all’inizio dei tempi ha affidato l’intera creazione alla cura dell’uomo.     
E Padre Médaille precisa: avere cura della vita significa farne buon uso.  [2]  [3]  [4]

Perle di padre Médaille