Perché gli ultimi?

di Michele Mea
Michele Mea«Mi chiamo Michele e sono stato invitato a raccontare cosa fanno le associazioni "Gentes" e "Speranza", a Torino.

In questi giorni mi sono posto qualche domanda. Mi sono chiesto cosa posso dire nel parlare delle due associazioni che rappresento e soprattutto cosa dire in relazione a quello che facciamo per gli ultimi, quelli che non sono a migliaia di chilometri di distanza, ma che troviamo ogni giorno davanti casa, per le strade della città, nelle lunghe file davanti alle mense o ai dormitori.
Già gli ultimi di casa nostra ...li abbiamo e sono tanti; ma perché ci sono gli ultimi? Non nasciamo tutti uguali? Sì ci sarà chi nasce maschietto, chi femminuccia, chi un po' più alto chi un po’ più basso, ma nasciamo tutti con gli stessi sogni, gli stessi bisogni, gli stessi desideri, soprattutto con la stessa dignità, ce lo ricorda anche la nostra Costituzione che nell'articolo 3 sancisce che tutti hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge.
Quindi non è la natura a crearci disuguali, no siamo noi a creare le disuguaglianze; è la nostra ambizione sociale, la nostra avidità, il nostro egoismo a creare le disuguaglianze, a creare i primi ed ovviamente se ci sono i primi ci saranno anche gli ultimi.
Abbiamo trovato questa formula comoda per definirli, direi anonima, “ultimi” o al massimo “poveri”, parole che aiutano a neutralizzare, a paralizzare la nostra empatia, cioè quel sentimento che ci dovrebbe consentire di ospitare l'altro con tutta la sua fragilità dentro di noi.
Come sarebbe bello se più che definirli ultimi potessimo chiamarli fratello, sorella, o meglio ancora mio fratello, mia sorella; sarebbe bello aggiungerci questi aggettivi possessivi, non perché ci debbano appartenere, ma dire mio fratello, dire mia sorella dovrebbe significare la persona di cui io mi prendo cura, di cui mi sento responsabile, di cui mi prendo l'impegno di fargli sentire quanto lui, quanto lei, sia importante per me. Ed è quello che le due associazioni, Gentes e Speranza cercano di fare ogni giorno, sia pure tra mille difficoltà, aprire le porte a queste persone. Sono tante quelle che ogni giorno bussano in via Bologna 72 a Torino, dov'è la sede associativa. Portano il loro carico di sofferenze ma anche di dignità. Ci ricordano con la loro presenza, che è mio fratello, è mia sorella che bussa a quella porta; a volte non chiedono nulla, se non di essere ascoltati, di sentire che qualcuno si sta prendendo cura di loro. È così che si incrociano le nostre vite con le loro: nei corsi di italiano per stranieri, nel gruppo delle giovani mamme, nel corso di cucina, di cucito o di assistente familiare, ma anche nella distribuzione dei pacchi viveri, delle medicine e in tante altre attività. Lo scambio non è mai unilaterale e il più delle volte riceviamo molto di più di quello che diamo. 
Da loro riceviamo soprattutto una grande lezione di vita e di coraggio. Sono loro i veri coraggiosi e le vere coraggiose, sono loro che hanno attraversato deserti e mari senza portare nulla con sé se non il sogno di una vita più dignitosa. Con la loro coerenza e la capacità di osare, queste persone ci indicano che un “altro” mondo è possibile e ci chiedono di restare umani, di non alzare muri ma di allargare le braccia, di essere sempre pronti ad aggiungere un posto a tavola, a stringerci per far loro un po' di spazio. Questa è l'unica strada se vogliamo conservare la nostra umanità ed è questo lo spirito con cui cercano di vivere il quotidiano le associazioni Speranza e Gentes.
Concludo con le parole tratte da una poesia di Alda Merini.

(Semplicità)
….“Mi piacciono i barboni.
Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle,
sentire gli odori delle cose,
catturarne l’anima.
Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo.
Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore”».