Iran

suor Maria Giovanna Titone, Chambéry
Mahsa Amini, giovane donna curda arrestata e uccisa dalla polizia morale a Teheran È del 26 Ottobre scorso la notizia delle migliaia di iraniani che si sono recati al cimitero di Aichin di Saqqez, Kurdistan iraniano, per commemorare sulla sua tomba Mahsa Amini.

La giovane donna curda arrestata e uccisa dalla polizia morale a Teheran il 16 settembre perché non indossava correttamente l'hijab. Il quarantesimo giorno dalla morte è infatti tradizionalmente considerato in Iran l'ultimo del lutto.
Il governo di Teheran aveva già minacciato di chiudere le strade che portavano al cimitero per evitare manifestazioni di protesta e non ha tardato a colpire i manifestanti con una dura repressione, la stessa con la quale cerca di soffocare tutte le manifestazioni di protesta originate dalla morte di Mahsa.
La comunità internazionale, a parte qualche dichiarazione di condanna, continua a non prendere una posizione decisiva su tali fatti.
A dire il vero, l'UE ha emanato delle sanzioni, ma sembrano più colpire l'Iran per i droni impiegati nella guerra Russia- Ucraina che non per il perpetuarsi delle violazioni dei diritti umani nel Paese. Ricordiamo tutti la mobilitazione mondiale “Black lives matter”, dopo l’uccisione di George Floyd a Minneapolis, nel 2020, ad opera della polizia locale.
Mi domando se forse la vita di un uomo in Occidente vale più di quella di una donna in Oriente?
Forse la comunità internazionale si indigna di più per una morte provocata dall'abuso di potere e dal razzismo di alcuni poliziotti che per una morte, per qualche ciocca di capelli fuori posto, provocata da un regime morale oppressivo dei diritti umani fondamentali?
La mia è una provocazione, non voglio certo credere che le cose stiano così! Sarebbe solo una triste guerra tra disperati. Non posso, però, negare che il silenzio che accompagna ciò che si sta consumando in Iran ha un suono familiare ed è quello dell’indifferenza con cui la comunità internazionale ha guardato negli ultimi anni alla distruzione del patrimonio culturale, religioso e umano in Siria e al ritorno dei Talebani in Afghanistan.
Le donne e gli uomini iraniane chiedono la libertà che è stata loro sottratta dall’Ayatollah Khomeini, salito al potere nel 1979. Prima di allora l’Iran vantava le leggi più liberale del Medio Oriente. Le donne potevano indossare ciò che volevano, potevano lavorare, assumere cariche prestigiose, come quelle di giudici, e godevano del diritto di voto dal 1963 e di eguali diritti in materia di divorzio e custodia dei figli.
Il governo religioso instaurato da Khomeini, invece, ha abrogato la legislazione a tutela della famiglia del 1975 e abbassato l’età matrimoniale delle donne da 18 anni a 9 anni, aggiungendo a questo la violazione di molti altri diritti delle donne; basti pensare che in tribunale occorre la testimonianza di due donne per eguagliare quella di un uomo.
Le forti proteste odierne non sono altro che la conseguenza di questo stato di oppressione in cui il popolo iraniano vive ormai da troppo tempo.
Non è allora solo una "questione da donne", sebbene ne siano protagoniste! Ma di equilibri politici, economici e religiosi che non vogliono essere toccati.
L'Iran vive un passaggio storico sostenuto da giovani generazione pronte a sfidare l’autorità per riconquistare gli spazi di libertà loro sottratti, ma al momento viene lasciato da solo, come se quel che accade lì non riguardi anche noi, la fragilità dei nostri governi democratici e la crisi sociale ed economica che viviamo.
Mi domando per questo se i nostri leaders cattolici non dovrebbero sentirsi chiamati a scuotere la comunità internazionale da questa indifferenza e insieme riscoprire il nostro ruolo profetico come Chiesa, che non può tacere e limitarsi alla preghiera - che comunque per il popolo iraniano sta mancando - davanti ad ogni forma di oppressione delle donne e degli uomini, tanto più se perpetrati in nome della religione.
Sarebbe bello che almeno noi non ci nascondessimo dietro un silenzio diplomatico e avessimo l'audacia degli annunciatori della libertà del Vangelo che non conosce differenze di razza, religione e sesso.