Umiltà

C’è una parola che viene ripresa con ritmo costante nei testi di padre Médaille, quasi come il respiro delle pagine che leggiamo. È la parola “umiltà”.

La Congregazione stessa “deve essere tutta umiltà” (Lettera Eucaristica 33). La casa non sta in piedi se non si scavano profonde fondamenta; la pianticella non può germinare se non ha “radice in se stessa” (Marco 4,17). L’umiltà nasce dal contatto con un Dio umile.L’amore è sempre umile; se perde questa caratteristica si svuota, si snatura. L’umiltà è ciò che attira lo sguardo di Dio, ci dicono Maria e Giuseppe. Umiliò se stesso” scrive Paolo nel suo Inno ai Filippesi (2,8).

Le Massime del Piccolo Istituto sono delle zolle di umiltà: potremmo leggerle tutte in questa chiave e non sbaglieremmo mai di prospettiva. E un capitolo intero delle Massime di Perfezione (III) è dedicato all’umiltà.

La parola umiltà ha la sua radice inhumus”, terra fertile e accogliente, quella che sa fare spazio al seme e creare le condizioni perché metta le radici, germogli e cresca. Umiltà vuol dire aderire alla terra, la terra della verità su chi siamo e della nostra innata povertà. Creatura è, forse, il termine più appropriato per comprendere l’umiltà, perché esprime la verità di ciò che siamo. Proprio perché creature dipendiamo dalla nostra origine: Dio, dunque siamo “nulla in noi stessi” e tutto riceviamo da Lui. Ma la parola “creatura” ha in sé anche il significato dell’oltre, del futuro perché la sua desinenza (ura) è quella latina del participio futuro (urus/ura). Proprio perché creature siamo anche “possibilità” di divenire altro, di divenire terra buona irrigata dall’umiltà. La condizione è di essere aperti ad accogliere le ispirazioni dello Spirito Santo ossia i desideri di bene che sentiamo scorrere nel cuore. Vigilate, allora, sul vostro cuore sovente in balia di ogni soffio di vento contrario.

Siate profondamente umili”(Massime del Piccolo Istituto 15), esorta padre Médaille. L’umiltà si colloca in basso, molto in basso: deve essere “profonda” perché la terra sia arata, quindi liberata dai sassi e dalle sterpaglie e possa divenire il giardino in cui fioriscono le altre virtù, prima fra tutte la carità. Sì, perché l’umiltà non è mai fine a se stessa: noi non siamo umili per mortificarci, ma perché la forza di Cristo entri e dia vita. Ciò che conta è che il frutto venga generato.

Scrive Romano Guardini: “Non è facile parlare dell’umiltà; per poterlo fare bisogna penetrare attraverso un muro di incomprensione e di resistenza dappertutto e in ogni tempo, e anche nel nostro cuore. Nietzsche si è fatto portavoce del pensiero di molti… L’umiltà è una virtù che fa parte della fortezza. Soltanto colui che è forte può essere realmente umile… L’umiltà non può del resto avere la sua origine nell’uomo, bensì in Dio. È lui il primo umile. La grandezza gli è essenziale; soltanto lui può dunque rischiare di abbassare questa sua grandezza sino all’umiltà”.