La comunione è il volto di Dio. Come dice la Genesi, Dio ha creato l’uomo a sua immagine: per grazia siamo resi il riflesso dell’Amore trinitario. Quindi, la comunione non ci appartiene, è il dono che abbiamo ricevuto con il Battesimo, è nel nostro DNA di figli di Dio. E padre Médaille ha consacrato la Congregazione proprio alla Trinità (Costituzioni Primitive 28), che è la sorgente di ogni realtà e cammino di comunione.
Noi non siamo chiamati a “costruire” la comunione, ma a renderla viva e a condividerla. Nella Lettera Eucaristica (29), padre Médaille indica la strada: quella dell’unità, che chiama la “duplice unione totale”. E descrive la missione del Piccolo Disegno con parole che sembrano inciampare tra di loro, tanto sublime è il mistero che cercano di esprimere: “essa tende a procurare la duplice unione totale di noi stesse e di tutto il caro prossimo con Dio, e di noi con ogni prossimo e di tutto il caro prossimo con se stesso e con noi, ma tutto in Gesù e in Dio suo Padre”.
È il desiderio struggente dell’unità, per cui Gesù ha pregato prima di morire: “Siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te” (Giovanni 17,21-22). È “il cuor solo e un’anima sola” che animava la prima comunità cristiana a vivere nella concordia (Atti 4,32).
In un mondo ferito dalle divisioni, Padre Médaille, maestro di unità, ci affida una “consegna”: “La loro carità dev’essere accompagnata da un’unione così grande da far dire a tutti quelli che le vedono che esse hanno un cuor solo e un’anima sola, come si diceva dei cristiani della Chiesa primitiva” (Costituzioni Primitive 293). La comunione, dono di Dio, si deve allora tradurre nell’essere “un cuor solo e un’anima sola”, nel vivere concordi ossia unanimi: con lo stesso sentire, lo stesso volere, la stessa meta. È “avere il cuore assieme” e la sintonia viene a noi dalla stessa origine. L’unità, infatti, non si realizza dal basso, ma dall’alto: chi ci raduna è lo Spirito di Dio, per questo “tutto ciò che sale, converge” (P. Teilhard de Chardin).
Ma unanimità non è uniformità (unanime = un’anima sola; uniforme = una forma sola). La concordia non annulla le differenze, ma le valorizza. La bellezza di un mosaico sta nella paziente cesellatura delle diverse tessere, nel sapiente accostamento dei colori e delle sfumature, nel contributo che l’unicità di ogni tessera conferisce all’armonia dell’opera. L’unità non è mai uniformità e nemmeno somma di realtà frantumate. C’è un valore nell’essere uniti, dice padre Médaille, e sull’essenziale lo dobbiamo essere; ma c’è anche un valore nell’essere diversi e complementari Senza questa convergenza di diversi non ci sarà con-cordia, ma ci sarà dis-cordia ossia divergenza profonda. Dicevano i Padri del deserto: “con la concordia le piccole cose crescono, con la discordia anche le più grandi imprese vanno in rovina”.
La prima domanda che Padre Médaille ci pone, e che è essenziale per costruire “un cuore solo e un’anima sola”, è: dove volete stare? In alto o in basso? A noi piace salire, non scendere, ma il primo passo è imparare la strada della discesa, come il Figlio di Dio che “umiliò se stesso, ma forse è meglio dire: decise di scendere in basso” (G. Matino).
C’è stato, e oggi c’è, chi si sta giocando la vita su questa scommessa: essere uno con Dio e con gli altri. Tornare a respirare e aiutare a respirare come nel giardino terrestre quando Creatore e creatura passeggiavano insieme, vivere e aiutare a vivere questa tensione positiva di armonia e di concordia, il tutto nella semplicità e senza far rumore.
