Lo zelo nell’annunciare il Vangelo è come un “fuoco” che arde e illumina ed è una qualità dell’amore. “Il vostro zelo sarà sempre proporzionato all’amore di Dio presente nel vostro cuore: fate che scaturisca da un amore grande e sarà grande” (Massime XI,1). Padre Médaille non dà una definizione della parola “zelo”, sarebbe limitante, ma ricorre ad una sorta di “elettrocardiogramma”: se lo zelo dice riferimento al cuore, non lo si definisce, ma lo si misura in ogni evangelizzatore.
Nel capitolo XI delle Massime di perfezione vediamo snodarsi i lineamenti dell’apostolo: egli è abitato da un “amore grande” (massima 1); è ardente e radicale nel servire il Regno di Dio (massima 2); offre, prega e soffre perché la salvezza raggiunga tutti (massima 3); annuncia il Vangelo con la santità della vita (massima 4); è coraggioso e perseverante anche di fronte alle difficoltà (massime 5 e 6). Nellamassima 7, padre Médaille dirà che questi sono i tratti presenti nella vita e nell’esperienza di San Paolo. In realtà egli, senza volerlo, ha appena scattato la fotografia del proprio volto: lui, “nato per le missioni”; lui, chiamato dalla gente “il santo e l’apostolo”, come attesta il suo necrologio.
“Tutto faccio per il Vangelo” (1Corinzi 9,23): l’esclamazione di san Paolo ben esprime il “desiderio” ardente di padre Médaille di lavorare “per la gloria di Dio e la salvezza di tutti … di voler fare tutto, tutto intraprendere, tutto soffrire per la gloria di Dio e la salvezza e santificazione delle anime” (massima 2). Impressiona il susseguirsi della parola “tutto” ripetuta ben tre volte di seguito: l’annuncio del Vangelo è da lui sentito come una necessità, come una forte esigenza interiore. È come «l’ansia inestinguibile», di cui scrive Boris Pasternak nel suo romanzo:Il dottor Živago.
Ma l’annuncio senza il segno della vita non fa breccia nei cuori. “Pesate”, mettete sulla bilancia “questa verità: una vita santa ed esemplare è senza confronto più utile al prossimo dei bei discorsi; la gente è molto più vivamente toccata dagli esempi santi che dalle parole” (massima 4). Padre Médaille non intende contrapporre la “vita santa” ai “bei discorsi”, ma semplicemente vuol dire: è la fedeltà della vita al Vangelo che interroga e inquieta, che attira e convince. Sono anche le parole del card. I. Schuster: “La gente non si lascia più convincere dalla nostra predicazione; ma di fronte alla santità, ancora crede, ancora si inginocchia e prega”.
Nel precisare la nostra missione nella Chiesa, padre Médaille usa una immagine a lui cara, legata strettamente all’umiltà: l’immagine dello “strumento”. Nella Lettera Eucaristica, egli formula un augurio: quello “di contribuire come deboli strumenti a ristabilire nella Chiesa la duplice unione totale con Dio e con il prossimo” (32). Egli è molto chiaro: voi dovete essere solo strumenti e non protagonisti, e per di più strumenti “deboli”, perché la forza di Dio agisce nella debolezza.
È il richiamo ad essere i “servi inutili” del Vangelo (Luca 17,10), espressione ripresa in una massima: “anche se aveste fatto tutto, sareste serve inutili” (87). È come essere il tassello di un puzzle: non importa se la tessera che noi siamo raffiguri un dettaglio o un elemento essenziale. Anche se piccola e all’apparenza insignificante, non è mai “inutile” (il testo originale della parabola non definisce “inutili” i servi, ma “poveri”), perché contribuisce alla riuscita del disegno.
Del resto san Giuseppe, patrono dell’Istituto, è stato uno “strumento” nel piano di salvezza ma, nella sua umiltà e nel suo nascondimento, quale splendido strumento!
